Dichiarazione curatoriale
La distanza che resta nasce come un esercizio di prossimità impossibile.
Non racconta una storia, non costruisce un conflitto, non cerca una risoluzione. Mette in scena un gesto sospeso, un avvicinamento che non si compie, una relazione che esiste solo nel tempo dell’attesa.
Il corto si inscrive nel ciclo Il gesto che ritorna, una serie di lavori che interrogano la ripetizione, la variazione minima, il ritorno di immagini e posture come forme di pensiero. Qui il gesto non è azione, ma permanenza: una mano che si tende, uno sguardo che resta davanti a ciò che non risponde.
Eros e Thanatos non sono evocati come simboli opposti, ma come presenze coesistenti. Il desiderio non si contrappone alla fine, la attraversa. La morte non interrompe il senso, lo completa. Tra i due si apre una distanza che non viene colmata, ma abitata.
La scelta di un tempo dilatato, di un’immagine quasi immobile, di un suono ridotto al limite dell’udibile, non risponde a un’estetica della sottrazione fine a se stessa, ma a una necessità: lasciare che lo spettatore non assista, ma resti. Resti dentro l’immagine, dentro il gesto, dentro l’attesa.
In questo lavoro, la distanza non è mancanza.
È ciò che rimane quando ogni spiegazione si ritira.

