Venezia è da sempre considerata una città magica, un luogo in cui la realtà si intreccia con la fantasia, la storia convive con le leggende. Non sorprende, quindi, che chi la attraversa con attenzione – senza fermarsi alle sole apparenze – possa imbattersi in spazi e presenze che sembrano custodire tutto questo.
Personalmente sono sempre stato attratto da ciò che non c’è. O, meglio, da ciò che una volta c’era, oppure non c’è più ma ha lasciato dietro di sé qualche traccia. Porte murate, finestre chiuse da tempo, edifici inglobati in strutture più recenti, quasi fossero corpi contenuti dentro altri corpi. Mi è capitato spesso di fermarmi davanti a questi dettagli, restando immobile a osservarli, suscitando lo sguardo perplesso di chi passava e non comprendeva perché me ne stessi lì, davanti a quello che sembrava il nulla. Ma esiste davvero il nulla? A volte mi viene da pensare che risieda più nella testa di qualcuno che nei luoghi stessi… ma questa è un’altra divagazione.
Durante una delle mie ormai consuete visite a Venezia, seguendo Corto Sconto – la guida di Corto Maltese alla Venezia nascosta, ho deciso di spingermi ancora una volta verso i luoghi meno frequentati – o del tutto ignorati – dai turisti frettolosi, quelli che riducono la città al percorso Stazione Santa Lucia – Piazza San Marco – Stazione Santa Lucia, e nulla più.
Alcuni di questi luoghi li ho trovati nel sestiere di Castello, l’unico a non affacciarsi sul Canal Grande. Un’area che ospita al suo interno due presenze imponenti: l’Arsenale, fulcro dell’antica industria navale che permise alla Repubblica di Venezia di dominare i commerci marittimi, e la Biennale, istituzione culturale che organizza esposizioni periodiche e il Festival del Cinema.
Eppure non erano né l’Arsenale né la Biennale ad attirarmi. A interessarmi erano due costruzioni più marginali, meno evidenti, che, facendo appello all’immaginazione – quella capacità di vedere oltre ciò che è immediatamente visibile – potrebbero essere associate a un’altra dimensione.
Ma cosa intendiamo davvero per “dimensione”?
Tornando all’origine del termine, dimensio, comprendiamo come esso rimandi alle misure di un oggetto, alle coordinate che ne determinano la forma fisica: altezza e lunghezza, a cui si aggiunge la profondità, trasformando la bidimensionalità in tridimensionalità.
Alla quarta dimensione si arriva includendo il tempo, la percezione del divenire che attraversa le tre dimensioni precedenti. In fondo, basta introdurre una nuova modalità percettiva per accedere a un livello ulteriore della realtà. In questo senso, si potrebbe affermare che le dimensioni non siano altro che stati di coscienza, accessibili a chi riesce a coglierne le specificità.
E la quinta dimensione? Era forse quella che stavo cercando tra le calli e i campi di Venezia?
Forse, per me, la quinta dimensione coincide con l’immaginazione. C’è chi sostiene che essa dipenda dalle scelte che compiamo in ogni istante, arrivando a ipotizzare che a ogni decisione l’universo si divida in infiniti universi paralleli, e che anche noi, inconsapevolmente, ci frammentiamo attraversandoli.
Esistono luoghi capaci di mettere in comunicazione questi universi? Spazi dove le realtà si sfiorano, come la facciata di un palazzo che non esiste o un portale che non ha né un dentro né un fuori?
In Ramo Baffo, calle dedicata al poeta veneziano Giorgio Baffo (1694-1768), noto più per i suoi versi erotici che per il rigore del suo corpus letterario, basta sollevare lo sguardo per notare la facciata di un palazzo… senza nulla dietro. Un muro completo di finestre e balconi, costruito come una quinta teatrale. Un’illusione architettonica che sembra suggerire come Venezia, in fondo, possa essere un grande artificio, una città che esiste perché continuiamo a immaginarla.
Forse neppure le persone che incontriamo sono del tutto reali. Forse, se ci avventurassimo di notte, potremmo scorgere figure mascherate pronte a condurci nei passaggi segreti della città.
Poco distante, nei pressi del Campo della Celestia, un arco isolato si apre verso il mare. Quale edificio vi era addossato? Esiste ancora, ma non riesco a vederlo? È questo il varco che permette di scivolare altrove?
Ho provato a scoprirlo. Più volte. Passando e ripassando sotto quell’arco, cambiando passo, direzione, ritmo; camminando all’indietro, di lato, a occhi aperti e a occhi chiusi, rischiando anche di inciampare sulla soglia. Ogni tentativo, però, mi restituiva allo stesso punto.
Eppure resta un dubbio. Che a ogni attraversamento si sia generato un universo parallelo. Che ora io sia disseminato in innumerevoli versioni di me stesso, sparse chissà dove.
Mi auguro solo che, in almeno uno di questi universi, il collegamento a Internet funzioni meglio.
Marco Mattiuzzi
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